Facciamo quattro chiacchiere: vi racconto perché mi sono iscritta all’università a 55 anni
Ci sono desideri che restano chiusi in
un cassetto per anni. Il mio aveva la forma di un’aula universitaria.
La domanda
che mi sento fare più spesso in questo periodo è:
“Come mai ti sei iscritta all’università?”
È semplice:
- perché sono curiosa;
- perché mi piace imparare;
- perché voglio sempre migliorare;
- perché forse soffro della
“sindrome di Peter Pan”.
Parto dal
primo punto: sono curiosa.
È una cosa
che dico sempre anche ai miei alunni: non smettete mai di essere curiosi. È la
curiosità che ci spinge ad approfondire, a cercare e ci porta verso nuovi
interessi e nuove passioni. Quando siamo curiosi, cresciamo, troviamo soluzioni
migliori e impariamo a osservare i problemi da più angolazioni. Riusciamo a
incasellare meglio le informazioni e non sappiamo mai quando quella curiosità —
quel piccolo aneddoto imparato o quella notizia letta — potrà tornarci utile.
La curiosità è la scintilla che ci accende e che ci permette di migliorare.
Secondo
aspetto: mi piace imparare.
Sono una
persona che ama i libri, ama conoscere. Non mi piace fermarmi a una conoscenza
superficiale, soprattutto quando un argomento è legato a una passione forte.
Quando ho scelto Scienze della comunicazione, l’ho fatto perché mi sono accorta
di quanto la comunicazione sia importante.
Come
insegnante sono chiamata a comunicare continuamente: con i miei alunni, per
trasmettere contenuti; con i genitori, per costruire un rapporto proficuo
scuola-famiglia; con i colleghi e con la dirigenza, per confrontarci e
programmare le attività. In tutte queste situazioni saper comunicare fa la
differenza.
E poi c’è il
blog, che è a tutti gli effetti una forma di comunicazione.
Mi sono resa
conto che, pur sapendo parlare ed esprimere le mie opinioni, spesso non
raggiungevo l’obiettivo che mi ero prefissata. Qualcosa non funzionava — e
forse ancora non funziona sempre. Sto imparando, spero…
Il terzo
punto è molto legato al secondo: voglio sempre migliorare.
Non mi
accontento di ciò che ho raggiunto finora, nemmeno dopo otto anni di blog.
Voglio essere più incisiva, far sentire di più la mia voce e migliorare la
scrittura dei miei articoli. Devo dire che, su alcuni aspetti, sono già
cresciuta.
Seguire
alcuni corsi mi ha aiutata persino a modificare qualcosa di molto quotidiano:
la posta elettronica. Può sembrare banale, ma ho imparato davvero a scrivere
e-mail di lavoro. Ho 55 anni, quasi 56, e avrò scritto centinaia di mail
professionali o di collaborazione con uffici stampa. Eppure, preparando un
esame — il laboratorio di comunicazione della dottoressa Pagliara — mi sono
accorta di quanti errori formali e stilistici commettessi.
Per me questo
è stato un successo: ho migliorato almeno quel tipo di comunicazione. Ora non
scrivo più di getto. Mi fermo, rifletto su qual è il punto centrale, rileggo e
presto maggiore attenzione alle scelte linguistiche.
Ultimo punto:
la “sindrome di Peter Pan”.
Oh sì,
sicuramente! Mio marito scherza dicendo che la mia intelligenza è relativa alla
classe in cui insegno. Può sembrare un insulto, ma non l’ho mai vissuto così:
per me è un complimento.
Quando ho una
classe, cerco di entrare in sintonia con i miei alunni, anche attraverso i loro
modi di dire o i loro interessi. Conosco i cartoni animati e le serie TV che
amano, perché questo crea connessione e mi aiuta a rendere le lezioni vive.
Sono fermamente convinta che, se mi annoio io, non posso trasmettere passione.
Le lezioni più belle sono quelle in cui ridiamo e giochiamo; poi arriva il
momento della riflessione, in cui verbalizziamo ciò che abbiamo imparato.
E forse
andare all’università mi fa anche tornare studentessa.
Ora capisco
davvero l’ansia delle verifiche. Pensavo di averla superata, invece no: test,
esoneri ed esami mi mettono ancora in agitazione. Non studio per lavoro, studio
per me stessa — ed è forse la cosa più bella. Eppure mi sono accorta che non
voglio fare brutta figura davanti al docente.
Così ho
iniziato a capire meglio anche i miei alunni: spesso l’ansia da prestazione
nasce proprio dal desiderio di dimostrare di essere capaci. Quando falliscono,
non è perché non tengono al risultato, ma perché l’ansia li blocca.
Quindi,
perché mi sono iscritta all’università?
Perché ne
avevo voglia. Era un desiderio rimasto troppo a lungo chiuso in un cassetto. A
diciotto anni il mio obiettivo era diventare maestra. Oggi ho obiettivi
diversi: voglio essere una maestra sempre migliore e continuare a crescere come
insegnante e come persona.
Voglio
prendermi cura delle mie passioni: il blog e la lettura. Questa volta
l’università è crescita personale, è un modo per far crescere i miei interessi.
Non mi
interessa il voto.
O forse sì, un pochino ci tengo. Ma non è questo l’importante.
L’importante
è ciò che rimane dopo ogni esame. E finora, da ogni lezione e da ogni prova, ho
portato via qualcosa che mi ha arricchita.
Ed è questo, alla fine, il mio vero premio.
Perché mi
sono iscritta all’università?
Perché avevo voglia di crescere.




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