Frankenstein di Mary Shelley: il classico horror che non sono riuscita ad amare
Ho letto Frankenstein convinta che, grazie all’entusiasmo delle mie amiche, avrei finalmente apprezzato un grande classico horror. Spoiler: non è successo. Però, tra il romanzo di Mary Shelley e la versione cinematografica di Del Toro, ho trovato una differenza ancora più inquietante del Mostro stesso.
Titolo: Frankenstein ovvero
Il moderno Prometeo
Editore: Newton Compton
editori
Data di pubblicazione: 27
maggio 2010
Pagine: 208
Frutto perverso degli
esperimenti di uno scienziato "apprendista stregone", espressione di
una visione apocalittica della scienza, la creatura di Frankenstein è tuttora
la raffigurazione del "mostro" per eccellenza, materializzazione
vivente delle nostre paure. Mary Shelley, cresciuta in un ambiente
intellettuale di prim'ordine (nell'Inghilterra tra Sette e Ottocento), si
ispira ai miti di Faust e Prometeo.
Sicuramente chi segue il mio blog da un po’ di tempo sa
che non sono amante dei classici e che solitamente non leggo horror… Se poi
aggiungiamo che non sono fan dei gruppi di lettura, qui abbiamo fatto filotto!
Ho letto questo romanzo perché mi sono lasciata coinvolgere dalle amiche di
Bottèga, Nicoletta, Micaela e Francesca. Loro tre si vedono ogni mese per
parlare del libro che hanno letto, solitamente un horror, e, siccome sono
capitata per caso in uno di questi loro incontri mentre decidevano di leggere
Frankenstein, ho chiesto loro di partecipare a questo appuntamento. Speravo
che, spinta dal loro entusiasmo, avrei superato le mie resistenze. Spoiler: non
è stato così.
Probabilmente sono io che ho qualcosa che non va: tutti
trovano questo libro interessante, un bell’horror, un grande classico che ci
permette di riflettere sul vero significato della parola mostro. Io no.
Se devo essere sincera, c’è solo una scena che mi ha
emozionata ed è l’unica che salvo. È la scena in cui il Mostro incontra il suo
creatore e gli chiede perché lui debba essere condannato a rimanere solo, senza
affetti, per via del suo aspetto. Per il resto non ho apprezzato nulla.
Il dottor Victor Frankenstein è egoista e presuntuoso.
Ritiene di essere superiore agli altri solo perché è intelligente e curioso.
Inoltre è anche pessimo. È la causa di tutto e il suo senso di colpa (per
fortuna ne prova un po’) lo porta alla depressione. Ma è un uomo senza spina
dorsale. Davanti alle avversità cade in depressione per mesi. Sa solo lagnarsi.
Il Mostro è un mostro. Vorrebbe essere diverso perché è
di indole gentile, ma davanti alle avversità la sua reazione è solo di
distruzione. È vero che la gente ha verso di lui dei forti pregiudizi, ma lui,
scappando e strangolando, non è di aiuto.
Ci sono poi lunghe descrizioni… lunghissime descrizioni…
Sicuramente dipende dal fatto che sia un romanzo datato, lo stile narrativo è
sempre figlio del suo tempo. Eppure io l’ho trovato lento tanto nella
narrazione quanto nel linguaggio. Di questo non posso farne una colpa
all’autrice. Ogni romanzo va collocato nel suo tempo perché si rivolge ai
lettori di quel periodo storico preciso, ma, letto ora, si nota quanto sia
lontano dai tempi moderni. Sicuramente è giusto leggerlo, perché permette di
comprendere come funzionava l’università, come erano i rapporti familiari,
quanta importanza venisse data all’amicizia e anche come funzionava la
giustizia. Eppure non sono riuscita a lasciarmi coinvolgere.
L’unico personaggio che mi è stato simpatico è Walton, il
comandante che salva il professor Frankenstein. Mi sono piaciute le sue lettere
di resoconto alla sorella, si sente il suo affetto verso di lei e la sua bontà
d’animo pur essendo un marinaio.
Insomma la lettura non è che mi abbia entusiasmato molto,
devo però dire che ho seguito molto bene la lettura sull’audiolibro. Il narratore
di Audible è veramente spettacolare, ha saputo rendere vivo il dolore provato
da Victor a ogni sua perdita, ma anche la disperazione del Mostro che non è
amato da nessuno.
Al termine della lettura abbiamo deciso di vedere la versione cinematografica di Guillermo Del Toro. E qui il Mostro merita solo perché è interpretato da Elordi… e salvo solo Elordi di tutto questo film. Sì, perché in realtà, tra il romanzo scritto da Shelley e la versione di Del Toro, c’è un abisso. Sembra, anzi lo è, un’altra storia. Ci sono alcune scene che ricordano il romanzo, ma non bastano per dire che sia una versione del romanzo. Con le mie amiche abbiamo proprio commentato che del libro c’è solo il titolo, per il resto è un’altra storia.
I punti di contatto che io ho notato sono la pazzia e il
delirio di onnipotenza di Victor, la gentilezza d’animo e la solitudine del
Mostro, l’ambientazione cupa quasi gotica. Quello che colpisce sono le
differenze. Già dalla prima scena ti trovi davanti a qualcosa di “diverso”: la
Creatura non è mai stata violenta con il capitano Walton e i suoi uomini. Poi
abbiamo la figura del padre. Innanzi tutto il padre del romanzo non è un uomo
di scienza e soprattutto è una figura amorevole che sprona il figlio a
migliorare i propri studi; nel film invece è un uomo arrogante e perverso.
William muore bambino e nella versione di Del Toro non solo diventa adulto, ma
addirittura si sposa con Elizabeth. E fermiamoci sulla figura di Elizabeth. Nel
romanzo è una ragazza innamorata e gentile che ha a cuore la famiglia, nella
pellicola è una donna altezzosa che, dopo un iniziale interesse per Victor,
sviluppa un senso di repulsione per lo scienziato pazzo. Poi che fine ha fatto
Clerval? Passiamo a Victor… Nel romanzo è un malato, un debole che ha orrore
per ciò che ha creato e scappa. Non è in grado di superare il proprio senso di
colpa. Nella versione cinematografica vediamo un uomo che vuole creare qualcosa
di infinito e che inizialmente non ne ha orrore. Lo odierà solo quando
Elizabeth si legherà alla Creatura. È un Victor completamente diverso da quello
fragile e tormentato del romanzo.
Un’altra differenza enorme riguarda il finale. Nel
romanzo il Mostro diventa crudele anche perché viene continuamente respinto
dalla società a causa del suo aspetto. Rimane solo, odiato da tutti e perfino
il suo creatore continua a definirlo un demone. Anche nel finale resta una
figura tragica e inquietante, non c’è una vera redenzione. Nel film invece Del
Toro sceglie una strada completamente diversa: la Creatura diventa quasi “buona”,
capace di perdonare e perfino di commuoversi. È un finale molto più moderno e
umano, ma che secondo me stride parecchio con l’atmosfera e il senso del
romanzo ottocentesco.
Partendo dal presupposto che non ho amato il romanzo, che
è obiettivamente un grande classico, credo comunque che sia migliore della
versione cinematografica di Del Toro. Anzi oserei dire che è quasi più
verosimile Frankenstein Junior con Gene Wilder! Il film è fatto bene, con una
fotografia e una cura per i dettagli che meritano di essere viste, ma non è
fedele al romanzo di Shelley. Mi sono chiesta se sceneggiatori e regista
avessero mai letto il libro!
Ammetto però che è stato bello leggere il romanzo in
compagnia e soprattutto discuterne insieme a seguito della visione del film.
Credo che ripeteremo l’esperienza con Anna Karenina (sì, mi farò molto male…).





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