La strada di Cormac McCarthy: l’angoscia di un mondo senza certezze

Ho chiuso La strada con una domanda che non mi ha lasciata in pace: chi mi assicura che il bambino sia davvero al sicuro?

 

Autore: Cormac McCarthy

Titolo: La strada

Editore: Einaudi

Data di pubblicazione: 13 gennaio 2014

Pagine: 220

Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Mentre i due cercano invano più calore spostandosi verso sud, il padre racconta la propria vita al figlio. Ricorda la moglie (che decise di suicidarsi piuttosto che cadere vittima degli orrori successivi all'olocausto nucleare) e la nascita del bambino, avvenuta proprio durante la guerra. Tutti i loro averi sono nel carrello, il cibo è poco e devono periodicamente avventurarsi tra le macerie a cercare qualcosa da mangiare. Visitano la casa d'infanzia del padre ed esplorano un supermarket abbandonato in cui il figlio beve per la prima volta un lattina di cola. Quando incrociano una carovana di predoni, l'uomo è costretto a ucciderne uno che aveva attentato alla vita del bambino. Dopo molte tribolazioni arrivano al mare; ma è ormai una distesa d'acqua grigia, senza neppure l'odore salmastro, e la temperatura non è affatto più mite. Raccolgono qualche oggetto da una nave abbandonata e continuano il viaggio verso sud, verso una salvezza possibile...

 

Ho terminato di leggere La strada di Cormac McCarthy e sono rimasta sospesa.

Da una parte ho provato una profonda tristezza per la morte dell’uomo, dall’altra un senso continuo di incertezza e dubbio per quella che potrebbe essere la sorte del bambino.
Chi mi garantisce che sia davvero al sicuro?

Mi trovo in difficoltà a parlare di questo libro. Non posso dire di non averlo apprezzato, anche se non rientra tra i miei preferiti. Allo stesso tempo, non posso nemmeno dire che mi sia piaciuto. È uno di quei romanzi che ti spiazzano: scritto in modo diverso dal solito, con frasi brevi, spesso ripetute, dialoghi senza virgolette. Una scrittura essenziale, quasi spoglia, che però riesce a creare un senso costante di angoscia.

È un libro che ti porta a riflettere.
Ti ritrovi a chiederti: io, in quella situazione, cosa farei?
E se davvero il mondo finisse così, cosa resterebbe di me?

Certo, una “mini catastrofe” l’abbiamo vissuta con la pandemia del Covid-19. Non è paragonabile alla devastazione del romanzo, ma in qualche modo mi ha fatto entrare ancora di più nella lettura. Forse proprio per questo, inconsciamente, speravo che padre e figlio riuscissero a salvarsi.

Il mondo descritto da McCarthy è distrutto, ridotto in cenere. Non si capisce cosa sia successo: non ci sono spiegazioni, non ci sono punti di riferimento. Non c’è cibo, non ci sono animali, non c’è più una società. L’unico pericolo sono gli altri esseri umani.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la paura dell’altro.

Durante la lettura — e ancora di più dopo aver chiuso il libro — mi sono rimaste addosso tantissime domande.

Che cosa significa davvero “portare il fuoco”?
È una frase che torna spesso, come un mantra, un modo per darsi coraggio. Ma che cos’è questo fuoco? Umanità? Speranza? Morale?

E poi: perché il mare?
Cosa speravano di trovare?

Non è una semplice storia di sopravvivenza. Non è il classico racconto apocalittico a cui siamo abituati. È qualcosa di più profondo, più disturbante.

Per tutto il tempo ho provato angoscia.
Un senso costante di inquietudine, a tratti quasi di fastidio. Come se il libro non volesse mai lasciarti respirare davvero.

Mi sono sentita molto vicina all’uomo.
Alla sua paura, al suo istinto di protezione, al bisogno quasi disperato di insegnare al bambino come sopravvivere: riconoscere i buoni dai cattivi, difendersi, cavarsela da solo.

Il bambino, invece, mi è sembrato quasi troppo puro, quasi più simbolo che persona.
E forse è proprio questo il punto: da una parte la sopravvivenza, dall’altra la necessità di restare umani.

Il padre protegge il bambino perché è suo figlio… o perché rappresenta l’ultima possibilità di un’umanità che non vuole scomparire?

Credo che questo romanzo sia profondamente legato al concetto di apocalisse di Ernesto De Martino: non solo come fine del mondo, ma come perdita di senso, come crisi dell’umano. In alcuni momenti mi ha ricordato anche Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, per l’atmosfera e per il tipo di riflessione sulla società.

Non so se ho capito fino in fondo questo libro.
So però che mi ha tormentata.

È uno di quei romanzi in cui il cervello non si ferma mai. Continui a farti domande, anche dopo aver smesso di leggere. Non puoi semplicemente chiuderlo e andare avanti.

Lo chiudi e pensi: e ora?

E forse è proprio questo il suo senso.

 

Piccola nota: ho letto La strada anche in versione audiolibro e l’esperienza è stata ancora più immersiva grazie alla voce di Lino Guanciale.



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